Tradizionalmente le radiografie periapicali hanno rappresentato l’esame di imaging standard per la valutazione post-operatoria di denti trattati con interventi endodontici. C’è stato poi l’avvento della tomografia computerizzata cone beam (Cbct): molti autori ne hanno riportato la superiore sensibilità e specificità nell’individuare lesioni periapicali, ma nessuno studio aveva finora valutato l’opportunità di un suo utilizzo sistematico in sostituzione delle radiografie tradizionali.
Confrontata con la radiografia periapicale, qual è l’influenza della Cbct sul risultato clinico del trattamento endodontico non chirurgico? Questa domanda ha motivato Anita Aminoshariae della Case Western Reserve University, in Ohio, a intraprendere una revisione della letteratura, che è stata poi pubblicata sul Journal of Endodontics. Con i suoi colleghi ha individuato sei articoli e ne ha analizzato i risultati, rilevando che la cone beam ha effettivamente una probabilità doppia di rilevare una lesione periapicale rispetto alla radiografia tradizionale. «In caso di lesione evidente – scrivono gli autori – in cui può essere fatta una diagnosi chiara, l’utilizzo di una radiografia non è motivo di preoccupazione, ma quando ci si trova di fronte a una diagnosi difficile o la decisione su quale trattamento effettuare non è del tutto chiara, la Cbct può fare la differenza, fornendo una maggiore quantità di informazioni».
Sebbene la tomografia computerizzata cone beam possa superare diverse limitazioni della radiografia bidimensionale, ci sono altri fattori da considerare, come l’esposizione alle radiazioni e il maggior costo. «Per questi motivi – si legge nell’articolo – la Cbct dovrebbe essere utilizzata quando la storia e l’esame clinico mostrano chiaramente che i benefici superano i potenziali rischi; in altre parole, non tutti i pazienti dovrebbero essere inutilmente esposti a radiazioni ingiustificate».
Vale come sempre il principio Alara (as low as reasonably achievable), che raccomanda di mantenere l’esposizione alle radiazioni ionizzanti ai livelli più bassi possibili: quindi «l’uso dell’imaging Cbct dovrebbe essere riservato ai casi endodontici complessi e, in generale, si suggerisce di utilizzare la dimensione del voxel e il campo visivo più piccoli possibile, il valore di mA più basso e il tempo di esposizione più breve, in combinazione con una modalità di acquisizione a esposizione pulsata».
Infine, i ricercatori americani ricordano che la definizione di successo di un trattamento endodontico dipende dalle aspettative del paziente e dell’odontoiatra stesso: «resta dunque da valutare se il guadagno di informazioni aggiuntive ottenute con la Cbct in endodonzia porti davvero a un miglior risultato clinico» riflettono gli autori.
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal




