
Eriberto Bressan
Per Eriberto Bressan è importante comprendere i limiti degli strumenti, ovvero saper riconoscere un errore di scansione, una sovrapposizione non corretta o una guida non coerente con il progetto protesico
Il congresso annuale dell’Italian Academy of Osseointegration (Iao) si tiene a Padova dall’8 al 10 ottobre ed è dedicato al digitale in implantologia, protesi e chirurgia orale. «Il digitale – spiega Eriberto Bressan, presidente Iao, professore di Implantologia e Parodontologia e direttore del master in Implantologia digitale presso l’Università di Padova – non sostituisce il pensiero clinico: lo rende più preciso quando entra in un percorso diagnostico e terapeutico solido».
Il congresso offrirà gli strumenti conoscitivi per integrare le tecnologie digitali, dalla diagnosi alla terapia, con criterio e sostenibilità.
Professor Bressan, oggi il digitale viene spesso presentato come un’evoluzione inevitabile dell’odontoiatria. Quali sono gli errori più frequenti nell’adozione delle tecnologie digitali nella pratica clinica quotidiana?
L’errore più frequente è pensare che il digitale sia un fine e non un mezzo. Acquistare scanner, software o stampante 3D non significa automaticamente migliorare la qualità delle cure. Il digitale funziona quando entra in un flusso coerente: diagnosi, piano di trattamento, comunicazione con il laboratorio, fase chirurgica e finalizzazione protesica. Se uno di questi passaggi è debole, la tecnologia non lo corregge, anzi può amplificare l’errore.
Un altro rischio è sottovalutare la curva di apprendimento: ogni strumento richiede protocolli, controlli, manutenzione e capacità di interpretazione. Digitalizzare vuol dire riorganizzare il modo di lavorare.
Quanto conta oggi l’esperienza clinica dell’operatore rispetto alla qualità degli strumenti digitali? Esiste il rischio di un eccesso di fiducia nella tecnologia?
Conta moltissimo: l’esperienza clinica dà significato all’utilizzo dei dati digitali. Una Cbct, una scansione intraorale o una pianificazione guidata forniscono informazioni preziose, ma non decidono da sole la terapia corretta per quel paziente. L’operatore deve valutare biologia, anatomia, aspettative, selezione del paziente e del caso, estetica, funzione e prognosi.
Il rischio esiste quando si confonde l’accuratezza teorica del software con la realtà clinica. Un progetto digitale, per quanto ideale sullo schermo, deve poi confrontarsi con tessuti, guarigione, qualità ossea e gestione protesica. La tecnologia riduce alcune variabili, ma non elimina la responsabilità clinica né sostituisce il giudizio clinico in tutte le fasi del trattamento durante tutte le fasi cliniche.
Ci sono aspetti in cui l’analogico rimane ancora il punto di riferimento oppure un flusso di lavoro completamente digitale è sempre superiore dal punto di vista dell’efficacia clinica?
Il flusso digitale è superiore quando migliora diagnosi, comunicazione, ripetibilità e controllo. Ma ci sono situazioni in cui un passaggio analogico resta molto valido. Penso alla chirurgia dei tessuti molli, dove percezione tattile, manualità e adattamento intraoperatorio sono determinanti. Anche in protesi, nei casi complessi, può essere utile mantenere verifiche fisiche, prove estetiche o controlli analogici.
La questione non è “analogico contro digitale”, ma appropriatezza. Il clinico deve domandarsi: questo passaggio aggiunge valore reale? Riduce il rischio? Migliora la comunicazione? Se la risposta è sì, ha senso usarlo. Se diventa solo un esercizio tecnologico, non è detto che porti beneficio. È certo che oggi saper usare bene gli strumenti digitali dà vantaggio in quasi tutti gli step del trattamento. Non sempre serve essere full digital: conta scegliere il livello utile per il caso e non volersi per forza “obbligare” a scegliere un flusso predeterminato.
Dal punto di vista dei costi, quali considerazioni si possono fare tra flusso di lavoro analogico, misto e full digital?
Il costo va letto su più livelli. C’è un investimento iniziale in hardware, software, formazione e aggiornamenti. Esistono però anche risparmi: minori materiali da impronta, riduzione di alcune sedute, migliore comunicazione con il laboratorio, archiviazione più efficiente, previsualizzazione del trattamento e, in alcuni casi, maggiore produttività.
Il flusso misto spesso rappresenta una fase razionale, perché consente di introdurre il digitale dove produce un vantaggio immediato senza stravolgere l’intera organizzazione. Il punto non è comprare tutto, ma costruire un modello sostenibile. Il digitale deve migliorare qualità clinica ed efficienza, non diventare un costo non governato.
Quali sono gli strumenti digitali più utili per supportare l’odontoiatra nella gestione chirurgica dei tessuti molli, aspetto solitamente appannaggio delle skill manuali?
Sicuramente quelli che ci aiutano nella fase diagnostica: fotografia clinica standardizzata, scanner intraorale, Cbct integrata con file Stl quando necessario, software di pianificazione implantare e progettazione del provvisorio sono fondamentali per valutare volumi, spazi, profili di emergenza e tessuti perimplantari.
Anche il digital smile design e la simulazione del risultato possono essere utili, purché non diventino promesse irrealistiche. Nei tessuti molli, però, la tecnologia supporta ma non sostituisce la capacità di leggere il biotipo, gestire i lembi, stabilizzare un innesto e rispettare i tempi biologici. Di sicuro la tecnologia si sta rendendo sempre più utile e raffinata, di recente è stata pubblicata una nuova tecnica per progettare le incisioni dei tessuti molli digitalmente per poi usare una dima stampata 3D per trasferire la posizione dell’incisione sul paziente.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi avranno un ruolo concreto nella pianificazione implantare e protesica nei prossimi anni?
L’argomento è scivoloso, a mio avviso. Sicuramente avranno un ruolo sempre più concreto, come supporto alla diagnosi, alla segmentazione delle immagini, alla valutazione dei volumi ossei, all’analisi del rischio e alla standardizzazione dei processi. L’intelligenza artificiale potrà aiutare il clinico a elaborare grandi quantità di dati e a evidenziare elementi che meritano attenzione.
Ma occorre prudenza: un algoritmo è valido se è addestrato su dati affidabili, se è trasparente nei suoi limiti e se viene usato da professionisti capaci di interpretarlo. In questo modo non sarà una sostituzione del clinico, ma un potenziamento del suo lavoro.
Il futuro più interessante sarà l’integrazione tra dati radiologici, scansioni, parametri parodontali, informazioni protesiche e follow-up. Ma cerchiamo di non eccedere dall’altra parte: tecnologia sì, ma con il pieno controllo del clinico.
Professor Bressan, dal punto di vista formativo, quali competenze dovrebbe acquisire oggi un giovane odontoiatra per utilizzare il digitale in modo realmente efficace?
Prima di tutto servono basi cliniche solide. Anatomia, parodontologia, implantologia, protesi, occlusione e biologia della guarigione restano indispensabili. Poi bisogna imparare a gestire i dati digitali: acquisizione corretta delle scansioni, lettura critica della Cbct, pianificazione implantare, comunicazione con il laboratorio, conoscenza dei materiali e dei processi Cad/Cam.
È importante comprendere i limiti degli strumenti: un giovane clinico deve riconoscere un errore di scansione, una sovrapposizione non corretta o una guida non coerente con il progetto protesico. La formazione non deve produrre operatori dipendenti dal software, ma clinici capaci di usare la tecnologia con metodo, senso critico e responsabilità.
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal
IL DIGITALE PERL’IMPLANTOLOGIA: A PADOVA IL CONGRESSO IAO
“Digitale in implantologia: dalla diagnosi alla terapia tecnologie digitali in implantologia, protesi e chirurgia orale” è l’argomento del congresso dell’Italian Academy of Osseointegration (Iao), in programma a Padova dall’8 al 10 ottobre, che è interamente dedicato all’utilizzo degli strumenti digitali in implantologia, gestione dei tessuti e protesi su impianti.
«Nelle sessioni dei tre giorni, che vedono sia relatori nazionali che internazionali, vengono discussi nuovi protocolli nella gestione del paziente che necessita della riabilitazione dell’arcata completa. Pertanto – dice il presidente Iao Eriberto Bressan – entrano in gioco non solo la diagnosi accurata ma anche la pianificazione protesica, il management dei tessuti, la chirurgia implantare guidata, il carico immediato e la gestione del team nei casi complessi». Se ne parla anche nella sessione odontotecnici con il workflow implanto-protesico digitale, dalla pianificazione al restauro definitivo, con focus sulla collaborazione clinico-odontotecnico.
Questa edizione del congresso è stata progettata per essere un’esperienza che il partecipante può “creare” seguendo i suoi interessi e le sue necessità di aggiornamento. «Con il consiglio direttivo e il comitato scientifico – spiega Bressan – abbiamo creato un congresso sorprendente. Il giovedì ci sono diverse sessioni parallele con workshop su pianificazione digitale, rigenerazione, chirurgia implantare, management dello studio e relazioni dedicate ai giovani. Al sabato una sessione è dedicata all’aggiornamento per i nostri igienisti dentali. C’è spazio per le Aso e per i giovani ricercatori e clinici che vorranno concorrere per i prestigiosi premi Iao».
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal





