Dopo decenni di dibattiti e approcci divergenti, un recente lavoro getta una nuova luce sull’uso dell’ancoraggio scheletrico in ortopedia dento-facciale. Pubblicato su Progress in Orthodontics, si tratta di uno studio internazionale che ha impegnato numerosi esperti italiani afferenti alla Società italiana di ortodonzia (Sido) e che vede, come primo autore, Lorenzo Franchi dell’Università di Firenze. 25 esperti di 14 Paesi hanno utilizzato il metodo Delphi modificato per definire quando e come l’ancoraggio scheletrico dovrebbe essere preferito rispetto a quello convenzionale nel trattamento delle più comuni disarmonie scheletriche nei pazienti in crescita e negli adulti.
I partecipanti hanno espresso il loro grado di accordo su 32 statement basati su una revisione sistematica della letteratura. Il consenso era considerato raggiunto se almeno il 70% degli esperti era “d’accordo” o “fortemente d’accordo” e meno del 20% era in disaccordo. Alla fine del processo, 24 dei 32 statement proposti hanno ottenuto il consenso.
Lo studio ha esaminato tre ambiti principali: la discrepanza trasversale del mascellare superiore, la II Classe da retrusione mandibolare e la III Classe scheletrica.
Riguardo all’espansione mascellare, l’ancoraggio scheletrico convince, ma non in tutti i casi. Negli adolescenti e negli adulti, l’uso di espansori ad ancoraggio scheletrico è stato giudicato efficace nell’indurre espansione scheletrica del mascellare, con un tasso di successo che tuttavia decresce con l’aumentare dell’età. Il consenso è stato raggiunto anche sul fatto che non è possibile prevedere con certezza l’apertura della sutura palatina nei pazienti oltre i 25-30 anni. Tra i pazienti in crescita, si è convenuto che l’ancoraggio scheletrico riduce significativamente l’inclinazione vestibolare dei denti posteriori rispetto a quello dentale, migliorando il profilo biomeccanico del trattamento.
Nel trattamento della II Classe, gli esperti promuovono l’utilizzo delle miniviti. Per la correzione della retrusione mandibolare in pazienti in crescita, hanno riconosciuto che i dispositivi funzionali fissi ancorati a miniviti offrono un maggiore avanzamento scheletrico e un migliore controllo della proclinazione degli incisivi inferiori rispetto ai tradizionali apparecchi dentali. Tuttavia, si sottolinea come le evidenze a sostegno di queste conclusioni siano ancora limitate e che i benefici clinici vadano valutati caso per caso.
Relativamente alla III Classe, l’efficacia appare bilanciata da alcuni aspetti problematici. Nel trattamento della III Classe nei pazienti in crescita, i dispositivi ad ancoraggio scheletrico si sono dimostrati più efficaci nella correzione sagittale scheletrica e nel contenere gli effetti collaterali dentoalveolari rispetto alle classiche maschere facciali. Tuttavia, gli esperti avvertono: l’invasività chirurgica e i costi elevati devono essere sempre ponderati rispetto ai benefici, specialmente nei pazienti più giovani, in cui il tasso di fallimento delle miniplacche risulta più alto.
Gli statement accettati rappresentano oggi le raccomandazioni condivise dalla comunità scientifica internazionale; il consenso ottenuto in questo studio rappresenta un’importante base di riferimento per orientare la pratica clinica e lo sviluppo futuro delle terapie ortodontiche.
Giampiero Pilat
Giornalista Italian Dental Journal




