Nell’attività clinica gli insuccessi sono una realtà innegabile, ovviamente le percentuali devono essere minime e, quando accade, si provvede con il miglior rimedio possibile seguendo le linee guida e la logica dell’esperienza per risolvere nel modo più consono. Si potrebbe pensare che un ventennio sia una durata clinicamente accettabile, ma tutto è sempre in funzione dell’età del paziente e in base al numero delle inevitabili revisioni con il trascorrere degli anni.
Così è capitato alla nostra giovane E.C. di anni 36 che da adolescente aveva sviluppato una carie distale in 3.6 (fig. 1).
L’inevitabile coinvolgimento del cornetto pulpare distale (fig. 2) impone la terapia canalare prima e successivamente la corona per risolvere sintomi e riabilitazione.
Pochi anni dopo si sviluppa una lesione in 3.5 che viene curata con la riabilitazione dell’elemento (figg. 4 e 5).
Anni dopo estraiamo il dente del giudizio, valutando la vicinanza al 3.7.
Trascorsi venti anni si decementa la corona in 3.6 e il residuo radicolare è rammollito e irrecuperabile (fig. 7). La soluzione implantare appare tra le più indicate (figg. 8, 9 e 10). Tre mesi dopo, vista la stabilità torsionale di oltre 50 NW, inseriamo il tappo di guarigione (fig. 11). Protesizziamo e finalizziamo il caso.
La riflessione su un caso rutinario come questo va fatta sull’aspetto essenziale della documentazione clinica quale elemento fondamentale nello storico del paziente. È innegabile che questo richieda risorse tecniche e soprattutto temporali, ma rappresenta l’unico modo per monitorare negli anni lo storico del paziente.
Aldo Crespi
Libero professionista a Corsico (Milano)





