Nel corso della pandemia di Covid19 la scoperta della persistenza dell’infezione a livello delle cavità nasali e delle mucose orofaringee e nella saliva ha stimolato la ricerca di interventi atti a ridurre la carica virale localmente. In ambito odontoiatrico diversi lavori sperimentali hanno vagliato l’efficacia virucida e virustatica di formulazioni antisettiche, rappresentate prevalentemente da collutori e spray orali e solo in un paio di studi in vitro da paste dentifricie.
Gli autori dello studio svolto presso l’Ospedale Israelita Albert Einstein di São Paulo in Brasile in collaborazione con l’Health Science Centre a San Antonio dell’Università del Texas hanno invece testato gli effetti di due dentifrici antimicrobici a base di silice contenenti rispettivamente zinco in concentrazione dello 0,96%, sotto forma di citrato e di ossido, e fluoruro stannoso in concentrazione dello 0,454% in un setting clinico reale, cioè in pazienti ricoverati per Covid con tampone molecolare positivo al momento del reclutamento.
I soggetti del campione, 75 in tutto, sono stati suddivisi in ugual numero e con criterio casuale in tre gruppi, di cui due assegnati ciascuno a una delle due paste e un terzo, di controllo, a un dentifricio privo di componenti antimicrobici. Tutti sono stati invitati a eseguire una seduta di spazzolamento dei denti della durata di due minuti, seguito da pulizia delle mucose di lingua e guance con una dose standard (1 grammo) del prodotto assegnato, prestandosi a prelievi di saliva (da flusso non stimolato) prima della procedura (T0), immediatamente dopo (T1) e a distanza di 30 (T2) e di 60 minuti (T3).
Nelle misurazioni della carica virale salivare, eseguita con Pcr quantitativa, entrambe le paste antimicrobiche hanno superato la soglia di efficacia prefissata (dimezzamento della carica) nei primi 30 minuti successivi alla procedura: gli utilizzatori di quella con i sali zinco hanno ottenuto una riduzione della carica di 4,06 volte in T1 e di 2,36 volte in T2 e gli utilizzatori di quella con fluoruro stannoso di 2,33 volte in T1 e di 2,38 volte in T2, mentre in tutti e due i gruppi l’effetto è risultato inferiore a distanza di un’ora (T3).
«In considerazione del fatto che il biofilm orale è annoverato, per la possibilità di aspirazione, tra i fattori favorenti nella patogenesi della sindrome polmonare da SarsCoV2 – commentano i ricercatori brasiliani – è auspicabile l’individuazione di interventi profilattici praticabili a livello locale per ridurre la carica virale orofaringea, che possono per esempio avvalersi di composti come lo zinco di cui sono dimostrati l’azione antimicrobica, l’effetto immunostimolante e l’attività antiossidante».
Monica Oldani
Giornalista Italian Dental Journal




