Apparentemente tra loro slegate, la sfera odontoiatrica e quella della medicina del sonno condividono più aspetti in comune di quanto si possa immaginare. Lo spiega un’attenta revisione pubblicata recentemente su Oral Diseases.
La medicina che si occupa dei disturbi del sonno è cresciuta negli ultimi anni proporzionalmente all’incremento di incidenza relativa al progressivo aumento dei casi di insonnia, di sindrome da apnee ostruttive e/o bruxismo notturni nella popolazione generale. E l’intersezione tra medicina del sonno e odontoiatria è oggi evidente.
Il bruxismo notturno, probabilmente il disturbo del sonno più frequente che l’odontoiatra si trova a dover gestire, non ha purtroppo terapie pienamente efficaci. Il trattamento rimane sostanzialmente sintomatico allo scopo di prevenire le possibili complicanze a carico del cavo orale, in unione all’eliminazione di possibili fattori favorenti (caffeina, fumo, alcol). Al fine proteggere le superfici dentali e favorire il rilassamento muscolare, è possibile proporre al paziente l’utilizzo di dispositivi orali (bite), capaci di eliminare le interferenze occlusali. Il meccanismo d’azione di questi dispositivi nel ridurre il bruxismo è, però, ancora controverso così come discussa è anche l’utilità di diversi farmaci, tra i quali benzodiazepine e alcuni miorilassanti.
Non è infrequente la co-morbidità tra bruxismo notturno e sindrome dell’apnea ostruttiva del sonno (Osas), il disturbo respiratorio del sonno più frequente e corrisponde ad episodi ricorrenti di ipoapnea, con una riduzione di più del 50% del flusso respiratorio a causa dell’occlusione parziale delle vie aeree superiori. La terapia di prima scelta dell’Osas prevede l’impiego della respirazione a pressione continua positiva, nonostante risulti poco accettata dal paziente. Alternative possibili sono interventi chirurgici per ripristinare la pervietà delle vie respiratorie oppure, ancora, l’impiego di dispositivi orali. Questi ultimi sono costituiti da due tipologie principali: il tongue retaining device capace di trattenere in posizione anteriore la lingua, e il mandibular repositioning appliances, o protusori mandibolari, che mantengono avanzata la mandibola, aumentando lo spazio delle prime vie aeree. Gli effetti indesiderati dei dispositivi orali sono solitamente trascurabili e temporanei; comprendono alterazione della produzione di saliva, infiammazione gengivale e dolore all’articolazione temporo-mandibolare.
I disturbi del sonno sono stati recentemente proposti quale fattore di rischio aggiuntivo per lo sviluppo di dolore oro-facciale cronico, associato, soprattutto, ai disordini temporo-mandibolari. Basandosi, in particolare, su prove indirette (per le quali la deprivazione di sonno può portare ad alterazioni del sistema immunitario e a forte stress psicologico) e su studi retrospettivi, è stato osservato come i pazienti con disordini temporo-mandibolari soffrano di una ridotta qualità del sonno, sebbene non esistano studi controllati che ne accertino l’effettivo ruolo eziopatogenetico.
Infine, alcuni dei farmaci normalmente assunti per la cura dell’insonnia possono provocare nel paziente quadri di xerostomia e iposalivazione. L’odontoiatra potrà fornire indicazioni utili al paziente per gestire questo effetto collaterale: corretta idratazione, stimolazione delle ghiandole salivari tramite masticazione di caramelle e chewing gum senza zucchero e accurata igiene orale.
I molteplici aspetti di interazione tra sonno e salute generale promuovono un approccio sempre più interdisciplinare all’interno del team odontoiatrico per una gestione ottimale del paziente.
Elena Varoni
Odontoiatra




