Uno studio prospettico interventistico di coorte ha indagato i possibili effetti della terapia con placca occlusale (bite) sulle capacità visive in pazienti affetti da disturbi temporo-mandibolari, date le connessioni anatomiche, neurologiche e funzionali tra sistema stomatognatico e apparato visivo.
Pubblicato su Bdj Open da ricercatori dell’Università di Milano, il lavoro ha indagato sulle interrelazioni neuroanatomiche tra afferenze trigeminali provenienti da recettori parodontali, polpa dentaria, muscoli masticatori e recettori dell’articolazione temporo-mandibolare e i nuclei oculomotori, con possibile modulazione del tono della muscolatura estrinseca oculare e delle funzioni di convergenza e accomodazione.
Sono stati arruolati 42 soggetti di età inferiore a 55 anni con disturbi come bruxismo, contrattura muscolare e dislocazioni discali riducibili e non riducibili, candidati a trattamento con bite; sono stati esclusi pazienti con artrosi dell’Atm, necessità di infiltrazioni intrarticolari, patologie oculari o traumi facciali. Dopo esame gnatologico completo, comprensivo ove necessario di ortopantomografia, stratigrafia dell’Atm e risonanza magnetica, i pazienti sono stati sottoposti a valutazione ortottica mediante test di convergenza e di accomodazione con stick di Duane, eseguiti in tre posizioni mandibolari a tre mesi, sei mesi e un anno.
Dopo sei mesi di terapia con placca occlusale, si è rilevato un miglioramento della convergenza e dell’accomodazione in massima intercuspidazione e in posizione di riposo; tuttavia, solo la convergenza ha raggiunto la significatività statistica. Nessuna differenza significativa è emersa invece in posizione di bocca aperta né al follow-up a un anno, verosimilmente anche per la ridotta numerosità del campione.
I test di Wilcoxon e Mann-Whitney non hanno evidenziato differenze significative legate al sesso, e l’analisi di correlazione ha mostrato una bassa relazione lineare tra età, genere e parametri ortottici. L’applicazione di un modello Random Forest ha evidenziato una correlazione positiva moderata tra trattamento con placca e parametri misurati, suggerendo una capacità esplicativa moderata del modello.
Gli autori ipotizzano che la riduzione degli stimoli nocicettivi a carico del sistema temporo-mandibolare, ottenuta mediante modifica della dimensione verticale e decompressione delle superfici articolari, possa contribuire a normalizzare eventuali alterazioni della conduzione nervosa e del tono dei muscoli estrinseci oculari. Pur in presenza di un risultato statisticamente significativo per la convergenza in massima intercuspidazione, i ricercatori milanesi sottolineano la necessità di un’interpretazione prudente, alla luce delle molteplici comparazioni effettuate e della dimensione campionaria limitata, auspicando studi longitudinali controllati e trial clinici di maggiore potenza per chiarire la rilevanza clinica di tali osservazioni e l’eventuale integrazione della valutazione ortottica nella gestione multidisciplinare dei disturbi temporo-mandibolari.
Giampiero Pilat
Giornalista Italian Dental Journal




