Negli studi clinici si riportano spesso eventi avversi in seguito alla somministrazione di agenti farmacologicicamente attivi, ma gli eventi avversi possono verificarsi anche in seguito alla somministrazione di un placebo.
Nel 2018, una panoramica di numerose revisioni sistematiche aveva incluso un totale di ben 1.271 studi randomizzati controllati, che avevano esaminato una varietà di trattamenti diversi, rilevando eventi avversi nel 49% dei pazienti nei gruppi placebo (1).
Un placebo è per definizione inerte e non ha alcun effetto farmacologico. Gli eventi avversi sperimentati dai pazienti trattati con placebo devono quindi derivare da fattori non farmacologici e non specifici. Questi fattori possono essere correlati al contesto: per esempio, è stato dimostrato che le informazioni che i pazienti ricevono sui potenziali eventi avversi durante il processo di consenso informato aumentano il rischio che questi eventi vengano poi effettivamente sperimentati. Inoltre, la storia naturale della malattia, non correlata al contesto del trattamento, può causare fluttuazioni dei sintomi e quindi contribuire al fenomeno. Si parla in questi casi di effetto nocebo e, sebbene sia stato identificato e studiato in un’ampia gamma di condizioni mediche e trattamenti, c’era una sostanziale carenza di dati nel settore dell’odontoiatria.
Da questa lacuna ha preso spunto Takeshi Watanabe, psicologo giapponese in forza all’Università di Aarhus, in Danimarca, che con un gruppo di ricercatori danesi e svedesi ha condotto una metanalisi per stimare l’entità della risposta nocebo in odontoiatria, valutando la prevalenza di eventi avversi nei bracci – placebo e attivo – di studi randomizzati controllati che valutavano il trattamento analgesico dopo la chirurgia del terzo molare. I risultati si possono leggere sul Journal of oral rehabilitation (2) e sono sorprendenti: nei 50 studi randomizzati controllati individuati, i tassi aggregati di pazienti che avevano sperimentato almeno un effetto avverso sono stati del 22,8% nel braccio placebo e del 20,6% nel braccio attivo. I tassi di abbandono correlato al farmaco sono stati dello 0,24% nel braccio placebo e dello 0,08% nel braccio attivo.
«Questi risultati mostrano che i pazienti nel braccio placebo – conclude Watanabe – hanno riportato eventi avversi nella stessa misura dei pazienti che hanno ricevuto un trattamento attivo, suggerendo che la maggior parte degli eventi avversi nel trattamento analgesico dopo la chirurgia del terzo molare può essere attribuita all’effetto nocebo».
Risulta dunque evidente l’importanza di ulteriori indagini sul fenomeno e sulle potenziali implicazioni per la pratica clinica odontoiatrica. Sono necessari studi sperimentali che indaghino l’influenza di fattori non specifici correlati al trattamento all’interno di un contesto odontoiatrico per comprenderne meglio il ruolo. Diversi ricercatori stanno valutando l’efficacia di strategie che possano mitigare gli effetti nocebo, come un inquadramento positivo delle informazioni sugli eventi avversi, un rafforzamento della relazione tra paziente e odontoiatra, un’educazione dei pazienti riguardo all’effetto nocebo stesso e l’ottimizzazione delle aspettative terapeutiche. Se ne venisse confermata l’efficacia, tali strategie potrebbero essere implementate per mitigare l’influenza negativa del fenomeno nocebo e ottimizzare l’esito del trattamento nella pratica odontoiatrica quotidiana.
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal
Bibliografia:
1. Howick J, Webster R, Kirby N, Hood K. Rapid overview of systematic reviews of nocebo effects reported by patients taking placebos in clinical trials. Trials. 2018 Dec 11;19(1):674.
2. Watanabe T, Sieg M, Lunde SJ, et al. Nocebo response in dentistry: a systematic review and meta-analysis of adverse events in analgesic trials of third molar removal. J Oral Rehabil. 2023 Apr;50(4):332-342.




