Il fallimento implantare costituisce una complicanza clinica non trascurabile nella pratica odontoiatrica, nonostante l’elevato tasso di successo degli impianti osteointegrati. Una revisione esplorativa pubblicata su Frontiers in Oral Health ha analizzato in modo sistematico la letteratura disponibile dal 1983 al 2025 con l’obiettivo di identificare i principali fattori eziologici associati al fallimento implantare e le tecniche di rimozione dell’impianto.
Il fallimento implantare viene generalmente distinto in precoce e tardivo, con una prevalenza variabile rispettivamente tra lo 0,5% e il 5,2% e tra lo 0,5% e il 7,8%, riflettendo la natura multifattoriale del processo. I fallimenti precoci sono principalmente correlati a fattori sistemici e locali che interferiscono con l’osteointegrazione, tra cui il fumo, il diabete non controllato, la scarsa qualità ossea, la presenza di parodontite, la radioterapia e possibili reazioni di ipersensibilità al titanio, oltre a errori chirurgici. Al contrario, i fallimenti tardivi risultano più frequentemente associati a sovraccarico biomeccanico, perimplantite, malposizionamento implantare e all’influenza di terapie farmacologiche sistemiche. Tra tutte le cause, la patologia perimplantare emerge come il fattore più frequentemente riportato, seguita da condizioni sistemiche quali diabete e osteoporosi e da fattori meccanici o protesici.
La gestione del fallimento implantare richiede un approccio clinico mirato che includa, nei casi indicati, la rimozione dell’impianto. Le tecniche di rimozione implantare descritte in letteratura comprendono principalmente l’utilizzo di frese a trefina, tecniche di rimozione mediante controcoppia, strumenti ultrasonici o piezoelettrici, oltre a metodiche più innovative quali l’impiego di laser o procedure termiche. I tassi di successo delle procedure di rimozione atraumatica riportati in letteratura variano tra il 70% e il 100%, evidenziando l’importanza della scelta della tecnica in funzione delle condizioni cliniche.
Gli autori concludono sottolineando che il fallimento implantare deve essere considerato una condizione complessa e multifattoriale, la cui gestione richiede una corretta identificazione dei fattori di rischio e l’adozione di strategie terapeutiche basate sull’evidenza. La comprensione dei meccanismi eziopatogenetici e l’applicazione di tecniche di rimozione appropriate risultano fondamentali per ottimizzare gli esiti clinici e favorire eventuali procedure riabilitative successive. Tuttavia, la revisione evidenzia la necessità di ulteriori studi prospettici e di una standardizzazione delle definizioni di fallimento implantare, al fine di migliorare la qualità delle evidenze disponibili e supportare decisioni cliniche più robuste.
Giampiero Pilat
Giornalista Italian Dental Journal




