La frattura cementizia rappresenta una condizione rara ma clinicamente rilevante, in grado di compromettere in modo significativo il mantenimento degli elementi dentari se non riconosciuta precocemente.
Il distacco di un frammento di cemento radicolare, agendo come corpo estraneo, induce una risposta infiammatoria cronica con conseguente riassorbimento osseo e perdita di supporto parodontale. Il quadro clinico risulta insidioso poiché i sintomi possono simulare parodontite avanzata, fratture radicolari verticali o lesioni endodontiche con fistole e suppurazione. Tale sovrapposizione diagnostica ha determinato nel tempo numerosi casi di errata interpretazione, trattamenti inefficaci e, non di rado, estrazione dentaria non necessaria.
Un gruppo internazionale di esperti ha recentemente proposto le prime linee guida per la diagnosi e la gestione terapeutica della frattura cementizia, pubblicate sull’International Journal of Oral Science. Il documento rappresenta un passo fondamentale per sensibilizzare la comunità odontoiatrica su questa problematica clinica e migliorare la prognosi a lungo termine dei denti coinvolti. Gli autori sottolineano come la presenza di perdita ossea rapida e localizzata, refrattaria alle terapie convenzionali, debba sempre far sospettare la possibilità di una frattura cementizia. L’impiego di imaging avanzato risulta cruciale: la Cbct, grazie alla visualizzazione tridimensionale, consente di identificare i tipici frammenti “a scaglia” o “a spina”, spesso non rilevabili con le radiografie bidimensionali.
Il consenso individua inoltre i principali fattori predisponenti: l’età superiore ai 60 anni, con ispessimento e perdita di resilienza del cemento radicolare, i traumi occlusali eccessivi, la storia di malattia parodontale e gli eventi traumatici pregressi a carico dell’elemento dentario. Anche condizioni sistemiche che alterano l’integrità dei tessuti di supporto possono incrementare la suscettibilità.
Il trattamento richiede la rimozione completa di tutti i frammenti cementizi per ottenere la guarigione: la sola terapia causale non chirurgica, mediante pulizia sottogengivale e levigatura radicolare, può essere sufficiente nei casi meno complessi, ma nella maggior parte delle situazioni si rendono necessari interventi chirurgici mirati. Tra le procedure indicate figurano la chirurgia parodontale, la chirurgia apicale e l’applicazione di tecniche rigenerative con derivati della matrice dello smalto o innesti ossei, finalizzate a ripristinare il supporto perduto. Gli autori riportano che, a seguito di un’accurata rimozione dei frammenti e di un’adeguata decontaminazione del sito, molti elementi dentari possono essere conservati, evitando terapie estrattive irreversibili. L’obiettivo primario rimane dunque la preservazione del dente naturale, con benefici funzionali e psicologici per il paziente.
Questo consenso internazionale fornisce per la prima volta un percorso chiaro per l’inquadramento diagnostico-terapeutico di una condizione finora sottovalutata, offrendo agli odontoiatri strumenti per distinguere la frattura cementizia da altre patologie similari e per adottare strategie terapeutiche basate sull’evidenza. Una maggiore consapevolezza e l’adesione a queste raccomandazioni potranno ridurre significativamente i casi di diagnosi errata e di trattamenti inutilmente invasivi, migliorando la prognosi e favorendo il mantenimento a lungo termine della dentatura naturale.
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal




