«A dieci anni dal posizionamento di protesi fisse, la maggior parte degli outcome clinici non cambia in base al fatto che siano state realizzate in zirconia-ceramica piuttosto che in metallo-ceramica»: sono queste le conclusioni di uno studio condotto da un team svizzero, coordinato da Irena Sailer dell’Università di Ginevra e pubblicato sul Journal of Dentistry di settembre. Come vedremo, si tratta di un pareggio solo a livello di significatività statistica, mentre certi parametri risultano tuttora favorevoli alle protesi con metallo.
Tradizionalmente, le protesi in metallo-ceramica sono ritenute il gold standard per le protesi dentali fisse e ancora oggi la gran parte delle ricostruzioni protesiche viene realizzata con questa tecnica, che prevede l’utilizzo di ceramiche a base feldspatica.
Le richieste di medici e pazienti per ricostruzioni senza metallo hanno portato i ricercatori ai più recenti sviluppi incentrati sulla ceramica come materiale di riferimento. In questo ambito, la zirconia (ossido di zirconio) ad alta resistenza è parsa subito molto promettente grazie alla sua elevata resistenza. I tassi di frattura sono risultati subito bassi e non troppo dissimili da quelli delle protesi in metallo-ceramica. Più recentemente, per le protesi in zirconia si è segnalato un aumento di difetti, come ad esempio la scheggiatura (chipping) della ceramica, oppure una separazione spontanea (debonding) del dischetto in composito dalla zirconia. Queste carenze sono state almeno in parte attribuite all’insufficiente precisione che si poteva ottenere con le prime tecnologie Cad-Cam e alla mancanza di supporto anatomico della zirconia alla ceramica da rivestimento.
Vista la scarsità di studi clinici randomizzati controllati che confrontassero i risultati a lungo termine delle protesi metallo-ceramica con quelle in ceramica-zirconia, i ricercatori svizzeri hanno deciso di incaricarsene e hanno arruolato 58 pazienti a cui hanno applicato 76 protesi fisse, da tre a cinque elementi. L’algoritmo di randomizzazione ha assegnato 40 siti alla ricostruzione con zirconia e 36 all’utilizzo di metallo. Le protesi sono state esaminate alla baseline (cementazione), dopo sei mesi, dopo un anno e poi ancora una volta all’anno fino al decimo. Sailer e colleghi hanno effettuato una valutazione clinica con il criterio Ushps (United States public health service), che tiene conto dell’adattamento marginale, dello scolorimento marginale e della ruvidità superficiale; inoltre hanno considerato parametri biologici come la profondità al sondaggio, la placca, il sanguinamento al sondaggio e la vitalità dentale.
Durante i dieci anni di follow-up, 13 pazienti (17 protesi) hanno abbandonato la sperimentazione, mentre sei protesi (una in metallo-caramica e cinque in zirconia-ceramica) sono state considerate come “fallimenti catastrofici”, per ragioni tecniche o biologiche. Sono così rimaste 53 protesi disponibile per l’analisi: la sopravvivenza a dieci anni di quelle realizzate in zirconia è stata del 91,3% contro il 100% delle protesi con metallo. Scheggiature di piccola entità della ceramica estetica e leggere usure occlusali si sono registrate in misura analoga nei due gruppi, ma le protesi in zirconia si sono associate a una maggiore percentuale di fratture, di debonding e di scarso adattamento marginale: insomma, le complicanze sono state più frequenti. Tuttavia, affermano gli autori, «l’integrazione biologica è risultata simile a dieci anni dal posizionamento; non si sono registrate differenze nei parametri parodontali e neppure nella perdita di vitalità dentale».
Giampiero Pilat
Giornalita Italian Dental Journal




