No alla standardizzazione del disegno della preparazione, che deve invece essere il risultato di un processo decisionale guidato dal progetto protesico finale, rispettando costantemente il principio della preservazione tissutale
La protesi dentaria e implantare sta vivendo una profonda trasformazione grazie all’evoluzione delle tecnologie digitali, che stanno modificando l’intero percorso riabilitativo, dalla pianificazione del trattamento fino alla realizzazione del restauro definitivo. È questo il tema centrale del quinto congresso internazionale Sipro (Società italiana di protesi dentale e riabilitazione orale), in programma il 25 e 26 settembre alla Stazione marittima di Napoli. Il congresso, intitolato “Il supporto protesico dentario e implantare nell’era digitale: dalla preparazione alla finalizzazione”, offre un aggiornamento completo sulle più recenti innovazioni cliniche e tecnologiche, con un approccio pratico e interdisciplinare. Il programma scientifico vede la partecipazione di relatori italiani e internazionali di primo piano e dedica ampio spazio anche ai giovani professionisti e ricercatori.
Abbiamo approfondito alcuni di questi temi con il presidente Sipro, Fernando Zarone, che è professore ordinario di Protesi, Materiali dentari e Implantologia all’Università di Napoli “Federico II”, nella quale dirige la Scientific Unit of Digital Dentistry.
Professor Zarone, quali sono le ultime indicazioni riguardo alla preparazione del moncone naturale?
Credo possano essere riassunte in un concetto molto semplice: preparare meno e preparare meglio. A mio avviso, la standardizzazione del disegno della preparazione è una forzatura clinica. La preparazione dovrebbe essere il risultato di un processo decisionale guidato dal progetto protesico finale, dalle caratteristiche del dente, dal materiale restaurativo e dai principi biologici, piuttosto che dall’applicazione di uno schema geometrico predefinito, rispettando costantemente il principio fondamentale della preservazione tissutale.
L’odontoiatria adesiva ha profondamente modificato i vecchi paradigmi della ritenzione, aprendo la strada ai restauri parziali come faccette, onlay e overlay che richiedono sacrifici biologici molto inferiori rispetto alle corone tradizionali.
Il vero obiettivo della moderna preparazione del moncone non è più solo creare spazio per incorporare il materiale, ma integrare il moncone nel progetto protesico finale con il massimo rispetto biologico possibile.
Nell’era digitale, quali caratteristiche deve avere oggi una preparazione protesica per essere realmente predicibile nel lungo termine?
Oggi una preparazione protesica è realmente predicibile solo se viene progettata con un processo di “reverse engineering”, partendo dal risultato finale desiderato e non dal disegno predefinito della preparazione stessa. Il punto di partenza non è più il gesto tecnico, ma la definizione dei parametri individuali: estetica, funzione, materiale, tecnologia di fabbricazione e modalità di cementazione. Inoltre, deve consentire una precisa rilevazione dei margini con gli scanner intraorali e favorire un’integrazione ottimale con i flussi Cad/Cam. Da questo punto di vista, come il mio gruppo di ricerca ha dimostrato in due articoli scientifici, le preparazioni verticali ne agevolano sensibilmente la lettura, grazie all’assenza dei naturali sottosquadri, che ostacolano il passaggio della luce a livello marginale.
La preparazione oggi è un atto progettuale, non l’aderenza ad archetipi standardizzati.
Oggi si parla molto di workflow completamente digitali. In quali passaggi della riabilitazione protesica il contributo dell’odontotecnico rimane ancora decisivo?
Personalmente sono dell’avviso che il dominio digitale non potrà mai ridurre il ruolo dell’odontotecnico, specie nelle riabilitazioni complesse. Se alcune procedure risultano oggi più automatizzate, aumenta invece il peso delle competenze progettuali, in una scelta condivisa col clinico circa i materiali, l’architettura protesica e gli aspetti funzionali. Oggi l’odontotecnico non è più soltanto l’esecutore materiale del manufatto, ma un partner del progetto riabilitativo, il cui contributo è decisivo nella progettazione Cad, nella gestione degli spessori, nella selezione dei materiali, nella caratterizzazione estetica e nell’ottimizzazione dell’intero processo produttivo.
Il digitale è in grado di generare dati, non soluzioni. Scanner, software e intelligenza artificiale sono oggi componenti insostituibili del percorso riabilitativo protesico, ma non sostituiscono il giudizio critico, l’esperienza e la sensibilità di chi conosce i materiali, le esigenze biologiche e funzionali del paziente e l’insieme dei fattori decisionali che portano alla definizione di un corretto piano di trattamento.
Il workflow attuale deve essere il risultato di una progettazione condivisa in cui competenze cliniche e tecniche dialogano tra loro fin dall’inizio del caso, in una sinergia professionale che il digitale ha reso più stretta, strutturata e tracciabile, ma non meno necessaria.
Quali sono oggi le principali cause di fallimento o di complicanza nelle riabilitazioni protesiche implantari, nonostante l’evoluzione dei workflow digitali?
Certamente la digitalizzazione ha migliorato enormemente la precisione e la rapidità delle procedure, ma non sarà mai in grado di compensare errori di diagnosi, di pianificazione o di indicazione terapeutica. D’altronde anche i workflow digitali possono generare errori quando vengono utilizzati in modo acritico. Scanner, software e intelligenza artificiale sono strumenti straordinari, ma producono dati che devono essere interpretati. Se i dati di partenza sono incompleti o la pianificazione è sbagliata, il digitale renderà quell’errore semplicemente più preciso.
Le cause di fallimento implantare rimangono essenzialmente le stesse: un’errata selezione del paziente, una pianificazione implantare che non parte da un corretto progetto protesico, il mancato rispetto dei principi biologici, una gestione inadeguata dei tessuti molli, un controllo insufficiente dell’occlusione e, non ultimo, un protocollo di mantenimento poco rigoroso.
Personalmente, lavorando nella realtà clinica di un reparto universitario che opera nel sociale, e dove spesso approdano pazienti con complicanze implantoprotesiche più o meno gravi, credo di poter dire che oggi una delle principali cause di complicanze implantari non sia da attribuire alla tecnologia, bensì a un’errata selezione dei pazienti. Negli anni pionieristici dell’implantologia eravamo tutti estremamente prudenti: i pazienti con fattori di rischio sistemici o locali, patologie parodontali non controllate, scarsa compliance o aspettative irrealistiche venivano esclusi o trattati solo dopo un’attenta preparazione. Oggi, invece, la crescente competitività del mercato odontoiatrico porta talvolta il libero professionista ad accettare casi che richiederebbero molta cautela o, addirittura, un approccio terapeutico completamente diverso.
Nessun workflow digitale può influire sulla biologia del paziente. Fumo, diabete non controllato, storia di parodontite, scarsa igiene orale, deficit quantitativi e qualitativi dei tessuti, parafunzioni e ridotta aderenza ai programmi di mantenimento continuano a rappresentare fattori determinanti per la prognosi a lungo termine.
La vera innovazione non consiste nel riuscire a trattare un numero sempre maggiore di pazienti con gli impianti, ma nel saper identificare quelli nei quali una riabilitazione implantare offre realmente un rapporto rischio-beneficio favorevole. In definitiva, la rivoluzione digitale non consiste nell’affidarsi alla tecnologia, ma nel saperla integrare con competenza clinica e tecnica: infatti, la longevità di una riabilitazione implanto-protesica continua a dipendere dalla qualità delle decisioni, molto più che dalla sofisticazione degli strumenti utilizzati.
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal

Fernando Zarone
PROTESI, IL RUOLO DEL PROVVISORIO NON È CAMBIATO
Che ruolo ha oggi il provvisorio in protesi? Ci ha risposto Fernando Zarone, professore ordinario di Protesi, Materiali dentari e Implantologia all’Università di Napoli “Federico II”. «Assolutamente non è un passaggio opzionale – dice Zarone –. La temporarizzazione rappresenta probabilmente la fase più importante di ogni riabilitazione protesica, soprattutto nei settori a elevata valenza estetica, dove il provvisorio assume un ruolo strategico. Oltre a garantire il ripristino dell’estetica, la protezione dei tessuti dentari preparati e la stabilità posizionale dei monconi, il provvisorio svolge una funzione ben più importante: è la versione reversibile del progetto riabilitativo. È il momento in cui il progetto viene realmente messo sul banco di prova, consentendo di verificare e, se necessario, modificare estetica, funzione, fonetica, rapporti occlusali, profili di emergenza e risposta dei tessuti molli».
Per Zarone, presidente della Società italiana di protesi dentale e riabilitazione orale (Sipro) in questo senso il provvisorio rappresenta un autentico test drive della riabilitazione: «l’unica verifica clinica completa della validità della pianificazione prima della sua finalizzazione. Per non parlare della preziosa funzione di condizionare e modellare i tessuti, creando, specialmente in implantoprotesi, le premesse per un risultato finale di eccellenza».
Ma il provvisorio è un passaggio che verrà superato grazie alla precisione delle tecniche digitali? «Il digitale oggi ci consente di progettare e realizzare i provvisori in maniera più accurata e non ne ha ridotto per niente l’importanza – risponde l’esperto protesista –. Al contrario, ne ha valorizzato ancora più la centralità all’interno di un percorso protesico moderno, perché, una volta superato il periodo di test, con le procedure di scansione è possibile riprodurre e trasferire al restauro definitivo tutte le informazioni validate clinicamente col prototipo, secondo un procedimento di “copia e incolla” che riduce significativamente l’errore umano, grazie a Cad/Cam e stampa 3D».
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal





