Il trattamento della perimplantite presenta molte complessità e sfide; anche se la terapia non chirurgica può portare a miglioramenti in parametri clinici come i punteggi di sanguinamento, l’infiammazione residua o ricorrente resta comune dopo il trattamento. Di conseguenza, alcuni gruppi di ricerca stanno esplorando terapie aggiuntive per migliorarne i risultati. Uno degli approcci in fase di studio è l’uso di antimicrobici sistemici come complemento al trattamento non chirurgico; nella perimplantite progressiva (con tasche superiori a 7 mm e suppurazione grave), l’obiettivo della terapia antibiotica è quello di evitare la necessità di un intervento chirurgico.
Il Journal of Clinical Periodontology riporta uno studio condotto all’Università di Groningen, nei Paesi Bassi, che intende far luce sul potenziale ruolo degli antibiotici sistemici nell’influenzare la necessità di ricorso alla chirurgia dopo il trattamento non chirurgico della perimplantite, migliorando così la comprensione e la gestione di questo complesso problema odontoiatrico.
I ricercatori olandesi hanno seguito 54 pazienti affetti da perimplantite per una media di 36 mesi dopo la loro partecipazione a un precedente trial randomizzato controllato della durata di tre mesi. Tutti hanno ricevuto un trattamento non chirurgico consistente in più sessioni di pulizia meccanica eseguita da igienisti dentali esperti; il processo includeva la pulizia sopra e sottogengivale con air polisher insieme a strumenti a ultrasuoni. Metà di loro hanno ricevuto, in aggiunta, antibiotici sistemici: 500 mg di amoxicillina e 500 mg di metronidazolo, tre volte al giorno per sette giorni. La necessità di un trattamento chirurgico aggiuntivo è stata valutata in base alla profondità delle tasche superiore a 5 mm e alla presenza concomitante di sanguinamento o suppurazione al sondaggio.
I dati non hanno mostrato una differenza significativa nella necessità di trattamenti chirurgici aggiuntivi per la perimplantite tra i due gruppi.
«Sembra che l’uso di amoxicillina e metronidazolo come complemento alla terapia non chirurgica non abbia prevenuto la necessità di ulteriori trattamenti chirurgici per la perimplantite in questa coorte di pazienti a lungo termine, ma potrebbe avere un effetto benefico nei primi tre anni dopo la terapia se viene fornita anche una cura di mantenimento perimplantare di supporto. Pertanto – commentano gli autori – l’effetto degli antibiotici sistemici sembra essere di natura temporanea, ritardando il momento in cui è indicata la chirurgia per la perimplantite. Inoltre, tasche parodontali più profonde al baseline sembrano aver aumentato la necessità di una successiva chirurgia in questa coorte di pazienti».
Giampiero Pilat
Giornalista Italian Dental Journal




