Molti odontoiatri già utilizzano la messaggistica istantanea e all’estero non mancano i tentativi di monetizzare questa attività. Secondo uno studio dell’Università di Bari con whatsapp si riducono effettivamente le distanze tra medico orale e paziente
Una delle innovazioni tecnologiche di maggior successo realizzate in questo secolo sono i servizi di messaggistica istantanea disponibili sugli smartphone, con WhatsApp che è certamente il più popolare. I vantaggi e i rischi dell’utilizzo estensivo di queste applicazioni per il benessere delle persone sono tema di dibattito per psicologi e sociologi, ma intanto i ricercatori hanno cominciato a individuare elementi di grande utilità nella pratica clinica della medicina e dell’odontoiatria. Il credito va principalmente alle fotocamere estremamente sofisticate ed efficienti degli smartphone, che aiutano a catturare o a trasmettere immagini cliniche di alta qualità, raggi X, scansioni di tomografie computerizzate, evidenze da risonanza magnetica e persino eccellenti fotografie istopatologiche.
La condivisione dei dati dei pazienti tramite il servizio di messaggistica è così uno strumento ottimale per ottenere un secondo parere da parte dei colleghi su diagnosi, trattamento, prognosi e follow-up dei propri pazienti. A questo proposito, opzioni come quella di “chat di gruppo” sui servizi di messaggistica costituiscono il supporto perfetto per i colleghi che vogliano discutere in tempo reale di casi interessanti o particolarmente complessi.
Ma l’utilizzo della messaggistica istantanea per condividere contenuti clinici ha già da tempo superato l’argine della professione e già oggi ci sono medici e pazienti che si scambiano informazioni, fotografie e video con lo smartphone, realizzando di fatto un servizio di telemedicina.
Un test in odontoiatria
Massimo Petruzzi, specialista in chirurgia odontostomatologica e professore associato all’Università di Bari, è uno degli esperti ad aver approfondito l’utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione basate su smartphone in ambito odontoiatrico e ritiene che potranno trovare un’applicazione crescente. «Esistono già diverse app dedicate all’odontoiatria per il file sharing, la fotografia intraorale, l’uso di lenti per l’autofluorescenza da applicare alla fotocamera dello smartphone. Il futuro è già attualità e l’odontoitaria rimane una delle branche mediche più versatitili e pronte alle innovazioni di qualsiasi tipo, una branca sempre pronta all’upgrade. A livello informale, esiste già abitualmente uno scambio di informazioni tra odontoiatri e pazienti attraverso canali telematici. In un lavoro che ho pubblicato (1), dimostro che anche i pazienti, attraverso l’invio di foto al proprio odontoiatra con lo smartphone, possono ridurre i tempi e annullare le distanze per giungere a una diagnosi delle proprie patologie orali. Queste modalità di comunicazione potrebbero essere formalizzate, a patto di procedere con cautela e con i giusti distinguo, perché altrimenti i pazienti potrebbero essere portati a fraintendere o enfatizzare. Il rapporto diretto medico-paziente rimane la pietra miliare della medicina» ricorda Petruzzi.
WhatsApp contro il cancro orale
Massimo Petruzzi ritiene che le branche mediche che maggiormente si prestano alla condivisione di immagini siano la diagnostica e l’anatomia patologica. Utilissimo potrebbe poi essere l’impiego della telemedicina a scopo didattico e formativo.
Sachin Sarode, professore di patologia orale e microbiologia al Patil Dental College and Hospital di Pune, in India, pensa che uno degli obiettivi più importanti ottenibili con l’impiego di WhatsApp possa essere la riduzione della mortalità per cancro orale, che si sta diffondendo a ritmo preoccupante nei paesi asiatici. «Anche dopo un enorme progresso molecolare nella ricerca sul cancro orale – afferma l’esperto in un editoriale sul Journal of Dental Research and Review (2) – non siamo ancora riusciti a migliorare la prognosi e il tasso di mortalità dei pazienti. Gli unici modi per combattere questa minaccia mortale sono la prevenzione e la diagnosi precoce e WhatsApp potrebbe essere utilizzato per effettuare screening preliminari nella popolazione; i casi sospetti sarebbero poi indirizzati a visite specialistiche ed esami di approfondimento. Il cancro orale è preceduto da una miriade di disturbi orali potenzialmente maligni, che hanno eziologie e quadri clinici diversi. I pazienti che presentano tali disturbi potrebbero tenersi costantemente in contatto con il proprio dentista tramite WhatsApp in una sorta di follow-up continuo per intercettare tempestivamente qualsiasi cambiamento nell’aspetto clinico delle lesioni. Se si organizzasse una rete di centri dove poter inviare le immagini – suggerisce Sarode –, si potrebbe ottenere un impatto drastico sul carico del cancro orale in tutto il mondo».
Applicazioni per la didattica e l’odontologia forense
Un’altra area che potrebbe giovarsi di WhatsApp è l’odontologia forense. In caso di calamità di massa, l’identificazione delle vittime è una delle questioni cruciali. Si segue un approccio scientifico rigoroso, con la verifica della corrispondenza dei dati autoptici con quelli ante mortem, generalmente disponibili in registri sotto forma di fotografie cliniche orali, restauri, radiografie, protesi dentarie, calchi. WhatsApp potrebbe svolgere un ruolo chiave nella condivisione più rapida di questi dati sotto forma di fotografie con il personale forense sul luogo del disastro, per identificare più rapidamente la vittima.
Infine, Sachin Sarode suggerisce WhatsApp come strumento per migliorare le prestazioni scolastiche degli studenti. «Nelle attività accademiche – ricorda – le sessioni dedicate al chiarimento dei dubbi sono una tecnica secolare; gli studenti devono però attendere queste sessioni per risolvere le proprie domande accademiche e l’attesa può portare alla perdita di interesse per l’argomento. Ma crediamo che gli studenti, attraverso WhatsApp, possano chiarire le proprie perplessità molto più velocemente, accelerando così il processo di apprendimento. Certo, questo comporta per gli insegnanti la condivisione dei numeri di telefono con gli studenti e probabilmente alcuni potrebbero non sentirsi a proprio agio in questo».
Anche la telemedicina va remunerata
Pur nella massima apertura a sperimentare l’utilizzo di WhatsApp nella pratica clinica odontoiatrica, Petruzzi sottolinea che «la visione di un’immagine non può essere sostitutiva della valutazione medica e bisognerebbe affrontare diverse problematiche correlate alla valenza medico legale del consiglio o a volte della diagnosi fornita, alla qualità dell’immagine, alla scelta del particolare da fotografare. L’immagine racconta un istante che non sempre è sufficiente a raccontare una patologia complessa. Esistono anche difficoltà di tipo tecnologico, che però potrebbero essere superate in futuro, magari attraverso piattaforme dedicate. Ricordo di aver rivisto ultimamente, per un’autorevole rivista scientifica, il lavoro di alcuni colleghi che proponevano in via sperimentale delle piattaforme dedicate per la medicina orale, l’uso di cloud per la raccolta di immagini da condividere con più specialisti o app da scricare su smartphone per individuare lo specialista più vicino».
Al momento insomma non esistono regole precise per l’utilizzo di questi strumenti, se non le più basiche raccomandazioni di utilizzarli con prudenza e buon senso, e se l’utilizzo di WhatsApp e altre tecnologie simili dovesse ampliarsi, si renderà necessario qualche tipo di formalizzazione e probabilmente anche introdurre una forma di valutazione economica, in quanto attività lavorativa a tutti gli effetti. «Anche di questo – dice Petruzzi – esistono già esempi. Ricordo che, in un mio recente soggiorno in Svezia per motivi di ricerca, un odontoiatra esperto mi mostrò come, previo pagamento, fornisse suggerimenti e indicazioni ad altri colleghi che inviavano foto e quesiti clinici dei propri pazienti».
Ma gli odontoiatri e i cittadini sono pronti a questo passaggio? «I colleghi odontoiatri – conclude Petruzzi – sono sicuramente una categoria tra le più smart. Sono sempre pronti ad accogliere le innovazioni in ogni ambito e non vedo perché dovrebbero indietreggiare in questo specifico caso. Quanto ai pazienti, sono ancora più smart dei loro dentisti».
Bibliografia
1.Petruzzi M, De Benedittis M. WhatsApp: a telemedicine platform for facilitating remote oral medicine consultation and improving clinical examinations. Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol. 2016 Mar;121(3):248-54
2. Sarode SC, Sarode GS. WhatsApp use in dentistry: future prospects. J Dent Res Rev 2016;3:3-4.

LO STUDIO DI BARI: LE IPOTESI FATTE IN TELEMEDICINA COINCIDONO CON LA DIAGNOSI NELL’82% DEI CASI_Scorrendo la ancora scarsa letteratura sull’uso dello smatphone in odontoiatria, emerge un interessante studio italiano pubblicato su Oral Surgery, Oral Medicine, Oral Pathology and Oral Radiology: ne sono autori Massimo Petruzzi e Michele De Benedittis dell’Università di Bari.
Lo studio descrive l’utilizzo di WhatsApp per condividere informazioni cliniche di medicina orale. Quesiti clinici accompagnati da immagini sono stati inviati agli autori da medici, igienisti dentali e pazienti; ogni immagine è stata classificata come traumatica, infettiva, neoplastica, autoimmune o non classificata; le richieste sono state riassunte per tipo di mittente, numero di fotografie per mittente e categoria di domande e, quando indicato, i pazienti sono stati invitati a sottoporsi a un esame clinico con biopsia. In totale, gli autori hanno ricevuto 339 immagini relative a 96 pazienti; 92 di loro sono stati sottoposti a esame clinico e 45 a biopsia. La questione posta con maggiore frequenza è stata di tipo diagnostico e i risultati promuovono senz’altro questa nuova tecnologia: nell’82% dei casi le conclusioni dell’esame clinico patologico hanno coinciso con le deduzioni fatte sulla base delle immagini inviate attraverso Whatsapp.
Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal

SANITÀ DIGITALE: ITALIA FANALINO DI CODA IN EUROPA PER SPESA PRO-CAPITE_A fronte di una maturata consapevolezza circa il ruolo che la digitalizzazione può giocare in sanità tanto nell’erogazione di nuovi modelli di cura, quanto in favore della sostenibilità del servizio sanitario, l’Italia mostra ancora un quadro di arretratezza: appaiono insufficienti gli investimenti in sanità digitale da parte del sistema pubblico e privato, e poco digitale risulta la gestione del paziente cronico, e più in generale dei cittadini. Sono queste, in sintesi, le conclusioni del convegno “Gestione del paziente cronico nell’era della digitalizzazione” che si è svolto a fine marzo a Roma, a Palazzo Giustiniani, su iniziativa di Fondazione Roche.
«L’innovazione digitale rappresenta l’elemento utile a colmare il divario tra bisogni e risorse» ha detto il professor Paolo Locatelli, responsabile scientifico dell’Osservatorio innovazione digitale in sanità del Politecnico di Milano. Cartella clinica, telemedicina, app, dispositivi indossabili, intelligenza artificiale, analisi dei big data possono quindi contribuire al raggiungimento della sostenibilità economica di lungo periodo del sistema sanitario nazionale.
La diffusione di tali soluzioni, tuttavia, stenta oggi a realizzarsi. Secondo i dati dell’Osservatorio, infatti, la spesa complessiva per la sanità digitale in Italia ammonta a 1,3 miliardi di euro (dati 2017), pari a circa 22 euro per cittadino. «Si tratta di un dato che pone l’Italia in posizioni di retroguardia – ha detto Locatelli –. Si pensi che, senza arrivare ai valori di paesi scandinavi come la Danimarca, che investe 70 euro, nazioni e sistemi a noi più vicini come quello francese o inglese spendono quasi il doppio o il triplo: 60 euro per cittadino la Gran Bretagna e 40 euro la Francia».
Anche i cittadini risultano essere poco digitali e secondo l’Osservatorio del Politecnico la mancanza di competenze sembra essere una forte barriera: sono tre su dieci i cittadini che non si sentono in grado di utilizzare questi strumenti, soprattutto fra i più anziani. I cittadini si mostrano ancora poco digitali anche nella comunicazione con il proprio medico: ben sette su dieci preferiscono incontrarlo di persona. Fra coloro che si servono di strumenti digitali, la maggior parte utilizza l’email (15%), poi vengono gli Sms (13%) e infine WhatsApp (12%). Fra i medici che non fanno uso di questi strumenti, uno su due teme che si possano creare incomprensioni con i pazienti e che ci siano rischi legati a un mancato rispetto della normativa sulla privacy.
Andrea Peren
Giornalista Italian Dental Journal





