Le membrane in PTFE espanso (ePTFE) sono state ampiamente utilizzate in passato, ma hanno da sempre mostrato notevoli limiti dovuti alle frequenti complicazioni. In particolar modo l’esposizione precoce di tali membrane comportava una severa perdita di osso rigenerato a causa di infezioni estese e poteva compromettere la stabilità stessa delle fixtures inserite. Scopo di questo articolo è quello di mostrare, attraverso un case report esemplificativo, come le attuali membrane in PTFE ad alta densità (dPTFE) abbiano la capacità di superare i limiti delle loro precorritrici riducendo significativamente la penetrazione batterica e i rischi di complicanze pur rimanendo, in questo caso volontariamente, esposte.
La Open Barrier membrane Technique vede il fulcro del suo successo nelle caratteristiche intrinseche delle membrane in dPTFE che, con una porosità di soli 0,2µm, sono in grado di favorire in maniera straordinaria le guarigioni per seconda intenzione. Il clinico ha quindi a sua disposizione una barriera stabile e affidabile anche in caso di precoci e prolungate esposizioni della membrana ai batteri del cavo orale. Non sarà quindi più necessario né tantomeno indispensabile praticare dissezioni periostali profonde per ottenere una chiusura ermetica del sito alla ricerca di una guarigione per prima intenzione. Ciò comporterà una sensibile riduzione dei postumi per il paziente e si tradurrà anche nell’eliminazione di una seconda sessione di chirurgia poiché la rimozione della membrana sarà fatta semplicemente “sfilando” la stessa dal sito dell’intervento senza neppure l’ausilio dell’anestesia.
Caso clinico
Nel caso trattato il paziente, maschio caucasico di 43 anni fumatore, si presenta alla nostra attenzione con carie destruenti a carico degli elementi 46 e 47. Dopo accurata valutazione clinica e radiografica (fig. 16) optiamo per il recupero conservativo dell’elemento 47 e per l’estrazione del 46 oramai irrimediabilmente compromesso.
Procediamo al sezionamento e all’estrazione dei residui radicolari e,vista la presenza di un setto interradicolare ben rappresentato, decidiamo di continuare con una split del setto stesso con frese soniche abbinata a una sua osteodistrazione mediante Bone Expanders (DBE System, Sweden & Martina)(figg. 1, 2, 3 e 4). Ciò consente l’inserimento di un impianto (Shelta Ø4,25 da 11,5 mm Sweden & Martina) ben centrato e protesicamente congruo attorno al quale compatteremo del biomateriale atto al mantenimento del volume crestale e al sostegno della membrana sovrastante (figg. 5 e 6).
Come già accennato la membrana in dPTFE (Cytoplast TXT200) viene semplicemente sagomata a misura del difetto da correggere (figg. 7 e 8) e stabilizzata dai tessuti e da suture in poliammide monofilamento (fig. 9) che daranno scarsa adesione ai batteri e saranno facilmente rimosse dopo due settimane. Il paziente è quindi istruito sul mantenimento igienico post-operatorio e sottoposto a controlli settimanali atti a garantire la permanenza e la stabilità della membrana inserita almeno sino alla quinta/sesta settimana. A quel punto procediamo con la rimozione della membrana semplicemente “sfilandola” delicatamente dai tessuti. Si può notare una minima presenza di flogosi residua e una già valida guarigione dei tessuti nonostante una parziale esposizione superficiale della vite di copertura (fig. 10).
Arrivati alla quattordicesima settimana dall’intervento è possibile notare come la guarigione sia ulteriormente andata avanti portando i tessuti a ricoprire in maniera integrale la fixture (fig. 11). Procediamo quindi alla scopertura dell’impianto e al posizionamento di un provvisorio ribasato al fine di ottenere un adeguato condizionamento dei tessuti circostanti (figg. 12 e 13).
Il caso viene infine terminato prendendo le consuete rilevazioni occlusali e impronte di precisione (PVS Hydrorise Implant Zhermack) (fig. 14) e posizionando la corona in ceramica definitiva (fig. 15).
Controllo radiografico a sei mesi dalla protesizzazione mediante Rx endorale (fig. 17).
Conclusioni
L’utilizzo dell’Open Barrier Membrane Technique rappresenta sicuramente una notevole semplificazione nella risoluzione di casi clinici che, in precedenza, avrebbero richiesto un impegno del clinico decisamente maggiore. Le membrane in dPTFE hanno dimostrato, nella nostra pratica quotidiana, di possedere un’eccezionale capacità di “sigillo” e di riuscire a favorire buone guarigioni per seconda intenzione anche in pazienti con abitudini di igiene orale non ideali.
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Autori
Andrea Bastieri, Libero professionista a Matera
Serena Gaudiano, Libera professionista a Matera
Si ringrazia il Sig. Paolo Barone per la valida parte odontotecnica
Andrea Bastieri
Libero professionista a Matera





