Anche se le prime cure odontoiatriche risalgono agli Egizi e secondo atri ricercatori anche molto prima, è suggestivo credere che l’ inventore del compressore, Otto von Guericke nel lontano 1647, sarebbe rimasto affascinato nel sapere che quasi 400 anni dopo l’aria compressa sarebbe diventata il cuore pulsante di qualsiasi studio dentistico del’intero pianeta.
Infatti, dalla grande struttura ospedaliera con oltre venti poltrone, al piccolo studio di provincia con un singolo riunito, l’operatività degli stessi dipende sempre dall’aria compressa fornita proprio dal compressore.
Ne esistono infiniti modelli, i più diffusi sono di tipo volumetrico a pistone, a vite, o a palette, mentre quelli dinamici, più specifici nell’industria automobilistica, aumentano la velocità dell’aria che viene poi convertita in pressione. In ogni caso lo scopo è sempre quello di avere aria compressa pronta a restituire l’energia accumulata nell’apposito serbatoio.
Per l’impiego nelle strutture odontoiatriche in linea di massima si prediligono compressori a secco con speciali filtri dedicati al fine di avere il minor inquinamento possibile e anche per questo il posizionamento della macchina, ove sia possibile, avviene solitamente in un locale dedicato, sia per avere un isolamento acustico sia per la massima qualità dell’aria aspirata.
Quando vi sia la possibilità, la soluzione ideale è quella della così detta “sala macchine”, un’entità distaccata in cui raggruppare tutti i macchinari indispensabili per l’operatività dello studio, come l’alta velocità di aspirazione (Ava), l’unità esterna dell’aria condizionata solo nel caso fosse ad acqua, la centrale aspirante per la pulizia dei locali, le unità filtranti aria/acqua e altri macchinari vari.
Questa soluzione decentrata, non sempre facile da realizzare, offre anche vantaggi nella manutenzione ordinaria, evitando l’ingresso del personale dedicato nelle unità operative.
Data l’importanza del compressore per l’attività clinica, in molti studi sono presenti due unità proprio come ruota di scorta in caso di emergenza, che i tecnici consigliano sempre di testare a intervalli regolari per evitare che non sia pronto proprio quando servirebbe di più.
Per prevenire le dimenticanze del controllo temporale esistono soluzioni tecniche per farli funzionare in “tandem”, a intervalli programmabili, in modo da avere l’efficienza massima di entrambi. Così come è particolarmente pratico parzializzare l’impianto pneumatico creando una stazione intermedia tra compressore e utilizzatori finali. Quest’ultima è solitamente dotata di manometro e singoli rubinetti destinati sia ai riuniti che alla linea di sterilizzazione e ad altri locali in cui necessiti l’aria compressa.
Il circuito può essere ad “anello” o a “stella” a seconda del progettista, al fine di mantenere la pressione il più costante possibile, solitamente intorno ai 5/8 Bar. Questa stazione intermedia con possibilità di esclusione zonale è particolarmente pratica in caso di intervento tecnico su un singola poltrona, potendo così non interrompere l’attività lavorativa sulle altre.
Il manometro che rileva la pressione dell’impianto all’interno dello studio permette anche un monitoraggio costante dei valori pressori e di conseguenza lo stato di efficienza di tutto l’impianto ad alta pressione.
L’ultimo suggerimento tecnico arriva dall’esperienza pluriennale di chi si occupa di progettazione e realizzazione di studi dentistici e riguarda il dimensionamento del compressore, che deve sempre essere superiore alle esigenze del presente, non solo per prevenire una futura installazione magari non prevista al momento, ma per far funzionare il compressore entro regimi di minor carico possibile: infatti una macchina leggermente sovradimensionata lavorerà molto meglio rispetto ad una che funziona sempre al limite delle proprie capacità, in cui lo stacco e il riattacco è molto più frequente e quindi maggiormente usurante.
Aldo Crespi
Odontoiatra
Si ringrazia Imeta srl nella persona dell’architetto Alberto Tradati per la consulenza tecnica





